A Taranto le sfide del futuro!
Editoriale esclusivo per la testata online www.terzogiornale.it

La prima parte del 6° Rapporto  Intergovernmental Panel on climate change (IPCC) disegna un quadro catastrofico del cambiamento climatico del nostro pianeta e, ciò che più conta, dimostra la drammatica necessità di un impegno comune per correggere l’invasività di una pressione antropica divenuta esponenziale e, perciò, non  più sostenibile.

Non si tratta più, dunque, di una inversione della rotta da operare in tempi medi e lunghi perché la catastrofe è attuale, è già qui ed il successo di una strategia potenzialmente vincente si gioca tutto nel qui ed ora, cioè in un orizzonte temporale che non travalichi il prossimo decennio.

I leader del G20, cioè dei Paesi i più ricchi del mondo, hanno confermato recentemente a Roma gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi del 2015, che prevedono un innalzamento medio globale delle temperature inferiore ai 2 gradi – possibilmente sotto l’1,5 – rispetto ai livelli pre-industriali.

Ciò confermerà le sfide importanti previste, ad esempio, dal pacchetto varato dalla Commissione Europea Fit For 55, che prevede l’azzeramento delle emissioni di CO2 entro il 2050, sebbene termine temporale, quest’ultimo, contrastato da Cina (grande inquinatore, con un quarto delle emissioni globali) e Russia, che posticipano al 2060.

Ulteriori attese del mondo sono riposte nella Cop26 perché si possa vincere la “battaglia per la vita”, come hanno gridato cattolici in presidio nelle strade di Glasgow, imponendo un taglio drastico alle emissioni per contenere l’aumento della temperatura entro la soglia, appunto, degli 1,5 gradi.

L’Europa gioca un ruolo eccezionale in questa partita, pur considerando che il suo contributo alle emissioni di CO2 è meno del 9%.

Nel frattempo anche nella 49^ Settimana sociale dei cattolici tenutasi non casualmente a Taranto dal 21 al 24 ottobre u.s. il tema ambientale è stato oggetto di importanti approfondimenti, partendo dai contenuti dell’Enciclica dalla Laudato si, laddove è ben evidenziato che non esiste una crisi ambientale e una sociale bensì un’unica crisi socio-ambientale.

Come dire, insomma, che pensare di dover risolvere la questione ambientale trascurando quella sociale significherebbe non voler risolvere il problema.

Taranto è emblema, per la presenza di sistemi produttivi complessi, come lo stabilimento siderurgico a ciclo integrale ex Ilva, attuale Acciaierie d’Italia, di quel conflitto tra ambiente, salute e lavoro che continua a tenere sotto ricatto città e lavoratori.

E pensare che siamo nel nono anno dall’ordinanza di sequestro degli impianti ex Ilva, avvenuto il 26 luglio 2012; un giorno triste per la città e per i lavoratori, a partire dal quale le uniche istituzioni che hanno prodotto qualcosa sono quelle che siedono nelle aule di tribunali.

L’unico atto concreto che prevedeva una soluzione, senza scaricare sulla collettività il costo dell’operazione, è stato l’accordo del 6 settembre 2018 con cui si stabiliva un piano industriale, ambientale e occupazionale congegnato perché non lasciasse indietro nessuno, eppure boicottato da più parti, fin dall’inizio.

Il seguito è sotto gli occhi di tutti, con l’incertezza divenuta l’unica certezza.

Da allora, di fatto, oltre alle innumerevoli iniziative prettamente sindacali, vanamente mirate ad un confronto sollecitato su un nuovo Piano industriale, c’è stato il nulla, se non l’ingresso dello Stato, tramite Invitalia, nella proprietà di AmInvestco Italy, poi Acciaierie d’Italia, con l’acquisto del 38% del capitale, raggiungendo il 50% dei diritti di voto ed esprimendo il Presidente e due consiglieri della società.

Partecipazione statale che dovrebbe passare al 60% del capitale, presumibilmente entro maggio 2022.

Operazione questa di cui ancora non si comprendono le novità sostanziali, per gli aspetti ambientali, sociali, di salute e sicurezza sul lavoro e, soprattutto, per il versante occupazionale.

Sulla base di tali premesse resta un atteggiamento incoerente ed incomprensibile quello di dichiarare ancora strategico lo stabilimento di Taranto, perpetrando una gestione unilaterale dello stesso con destini industriali, produttivi e occupazionali sconosciuti agli attori principali dei processi, ovvero ai lavoratori.

Ad oggi l’unico risultato tangibile è aver messo in ginocchio l’intero sistema dell’appalto e dell’indotto siderurgico ionico, con pesanti conseguenze sul reddito delle famiglie dei lavoratori, in prevalenza monoreddito, moltissimi dei quali giovani gravati da mutui.

Notizie esclusivamente e periodicamente apprese dalla stampa descrivono fantomatici programmi industriali di riconversioni produttive e preconizzano forni elettrici alimentati dal preridotto (DRI), tecnologie per il gas circolare utili alla decarbonizzazione, idrogeno (verde?): insomma, si farebbe di tutto per approdare ad una nuova fabbrica green.

Frattanto, c’è solo un decadimento impiantistico ed un continuo ricorso alla c.i.g. con migliaia di lavoratori che da anni subiscono un reddito al limite della sussistenza accanto a chi, addirittura, si ritrova a dover lavorare in attesa di stipendio a motivo dei mancati pagamenti alle aziende dell’appalto.

Come rivendicato più volte anche dalla nostra Fim Cisl, la ripresa del confronto non può più attendere a causa di tutte le criticità, anzi le cronicità, che ormai attanagliano lo stabilimento e la città e sulle quali si è abbondantemente scritto e denunciato.

Auspichiamo fortemente l’apertura di un tavolo di confronto con Acciaierie d’Italia, per il bene, la salute e l’occupazione dei lavoratori coinvolti e della città.

Taranto è l’esempio di come una vera ed efficace transizione digitale, energetica ed ecologica debba vedere compartecipi le Istituzioni a tutti i livelli e le Parti sociali, nel confronto costruttivo, corresponsabile e nelle conseguenti azioni mirate al bene comune.

In assenza di tale unità di intenti è facilmente prevedibile il verificarsi di non pochi problemi occupazionali e di coesione sociale, specie in un territorio come questo il cui sistema produttivo si trova al centro di importanti processi di ristrutturazioni produttive ed organizzative correlate ai destini industriali del Paese.

Sviluppo, crescita, investimenti, occupazione, rappresentano direttrici irrinunciabili perché si realizzi un effettivo rilancio economico e sociale del territorio ionico, in un momento storico unico, come quello presente, grazie alle risorse finanziarie che una ritrovata solidarietà europea ha reso disponibili per l’Italia.

Sarà importante, certo, conoscere l’ammontare di quanto destinato alle nostre comunità e soprattutto per quali specifici progetti ma, chiarito ciò, sarà opportuno anche assicurare un’efficiente ed efficace capacità di spesa da parte delle Amministrazioni pubbliche.

Le prime due missioni del PNRR, relative alla digitalizzazione ed alla rivoluzione verde devono costituire opportunità per realizzare quella inclusione e coesione prevista dalla missione n. 4, affinché non solo si salvaguardi chi oggi un lavoro ce l’ha ma anche tutte quelle donne e quei giovani che ancora aspirano ad una realizzazione sociale e professionale, senza dovere scappar via dalle proprie città d’origine e dai propri affetti.

Più volte il premier Draghi ha reiterato la proposta di un Patto economico, sociale e produttivo per il Paese, a beneficio anche dei più deboli e delle prossime generazioni.

Da tempo, come Cisl, chiediamo un nuovo Patto sociale anche nei territori, per governare un cambiamento epocale che non ha simili nella storia e che  metterà alla prova, più che mai, proprio il “lavoro”

L’avvento della nuova società Acciaierie d’Italia per noi ha rappresentato la speranza di avvio nella fabbrica ionica di un nuovo modello di relazioni industriali di più alto profilo, senza il quale qualsiasi progetto di ambientalizzazione e di innovazione risulterebbe impresa complicata da realizzare, perché senza coinvolgimento e partecipazione non c’è opportunità vera di cambiamento.

Recuperare questo tempo perduto non è semplice ma noi continuiamo a crederci, consapevoli di una sfida che richiama responsabilità di tutte le Parti sul territorio, azzerando ogni genere di strumentalizzazioni che, fino ad ora, sono servite a nulla, salvo esasperare gli animi dentro e fuori la fabbrica.

E’ forte anche in noi la consapevolezza che la Puglia è annoverata tra le regioni italiane che devono affrancarsi da una situazione di illegalità e di criminalità preoccupante, come si evince dalla recente relazione semestrale della DIA consegnata al Parlamento, che evidenzia tra l’altro i condizionamenti sociali, economici ed occupazionali presenti in tutte le Province.

E poiché, come si legge nello stesso rapporto, la povertà attrae l’illegalità, sono legittime le preoccupazioni per la deriva illegale che potrebbe derivare, nel tessuto sociale ed economico di questo territorio, dalla crisi produttiva ex Ilva.

Preoccupazioni, anche queste, che impongono una risposta immediata e concreta per quella che è una delle fabbriche più importanti d’Europa; risposta che riparta dalla questione ambientale e culturale, che rimetta al centro la salute, la sicurezza, l’occupazione e la tutela professionale di tutti i dipendenti diretti e indiretti.

Il siderurgico ionico è connaturato al destino industriale dell’Italia, pertanto senza tale svolta, vediamo l’unica alternativa di un destino ancora più incerto, dal punto di vista ambientale, produttivo ed in particolar modo occupazionale, considerando che il lavoro si conferma la vera emergenza del Paese, particolarmente del Mezzogiorno ed atteso che non ci sarà un solo sistema lavorativo esonerato, nel breve-lungo tempo, dalle profonde trasformazioni già in corso.

 A tal fine risultano necessarie politiche attive del lavoro affinché lavoratrici, lavoratori, donne e giovani, non subiscano le trasformazioni, bensì le vivano da protagonisti.

Bene, quindi, la nuova misura di politica attiva del lavoro, “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” (GOL), già in Legge di bilancio 2021, per l’inserimento occupazionale, prefigurata nel PNRR che, a tale scopo, finanzia 4,4 MD (che diventano 4,9 MD con i fondi React Eu),  per l’orizzonte temporale 2021-2025.

Si tratta di una misura concepita come concreta politica dell’occupazione e di tutele non passive per quanti siano già in CIG o CIGS, oppure beneficiari di Naspi, Dis-coll, Reddito di cittadinanza, per lavoratori fragili o vulnerabili; ed anche per i Neet (giovani che non studiano, non lavorano né cercano un lavoro), i lavoratori fragili, le donne in condizioni di svantaggio, persone con disabilità, giovani under 30, le/gli over 55, disoccupati di lunga durata e lavoratori con redditi molto bassi, i cosiddetti woorking poor.

Nel riparto tra le regioni alla Puglia sono stati riconosciuti, come prima annualità, ben 68.816.000 euro, non pochi per un contributo concreto alla formazione ed alla riqualificazione della forza lavoro ed in particolar modo per l’inserimento al lavoro.

Anche su tale partita auspichiamo un evidente coinvolgimento delle Parti sociali, considerando che il lavoro costituisce un’emergenza e, quindi, una priorità del territorio.

Il novero di sfide che come Cisl e come sindacato confederale unitario abbiamo di fronte è vastissimo, come appare chiaro ed in assenza di una visione condivisa ed esigibile di futuro produttivo, sociale, occupazionale tra politica, istituzioni, Parti sociali, per questo territorio e per il Paese, sarà difficile uscirne vincenti.

di Gianfranco Solazzo – Segretario Generale Cisl Taranto Brindisi

Taranto, 6 novembre 2021

 

image_pdfScarica PDFimage_printStampa